Il mio, suo, nostro primo giorno di scuola

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Non mi reputo una mamma eccessivamente apprensiva. Mio figlio undicenne è già la terza estate che va via da casa una settimana con gli scout. E, volendo parlare dei tempi ormai andati, ha cominciato a camminare a dieci mesi, ad un anno andava già su e giù dall’altalena, come potevo essere apprensiva. Si è poi sempre arrampicato ovunque senza che la mia preoccupazione lo seguisse o precedette. Però…

Però quest’anno comincia le scuole medie e oggi è il suo primo giorno di scuola. La sua preparazione è stata “Cosa mi metto?”. La mia è stata “Cosa mettiamo nello zaino?”. Poi ci siamo avviati verso la scuola. Io, la solita di sempre. Lui, accanto a me, le maniche tirate su fino ai gomiti, le mani in tasca a imitare i ragazzi grandi, per camuffare meglio il suo essere un bambino troppo cresciuto: ora abbiamo in comune un metro e sessantacinque di belle speranze. Poi arriviamo. Ecco gli amici, quelli che conosce, le chiacchiere. Io che mi presento a qualche genitore e ogni tanto osservo di nascosto: vedo la spensieratezza e percepisco poi quella improvvisa timidezza, che mi somiglia, quando si avvicina Quello che “proprio in classe con me…”. Ma ecco il sorriso ritorna, la battuta per smorzare tipica sua. La vice preside fa l’appello. Lo guardo serio e attento a non perdere il suo momento. Lo chiamano ed ecco va; per un attimo rivedo l’imbranataggine che però sfuma via subito. Eh, sì. Stai crescendo ragazzo mio.

E poi io saluto qualcuno, poco importa chi, e mi ritrovo a camminare verso il parcheggio. Ripenso alle facce viste. Come saranno gli amici? E i prof? Vabbè, speriamo bene. Intanto devo aspettare solo mezzogiorno… ma, quasi, quasi vado là prima, massì. Per trovare parcheggio, certo, solo per quello.

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